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Un artículo de Antonio Burgos en la revista  Pinche para conectar con "Capital" en Internet del grupo corriere.gif (711 bytes)
Pinche para conectar con "Capital" en Internet
Mercoledì, 1 Aprile 1998
TIME OUT

Fotografía de Fulvio Magurno

IL MIRACOLO DELLA MACARENA

Spagna/.1 Non c'è nulla che i sivigliani prendano più sul serio e organizzino con più cura della Settimana Santa. Il risultato è uno spettacolo di
folla di grande intensità. Ma non è solo per questo che vale il viaggio.
Dietro i riti e le tradizioni, racconta lo scrittore andaluso Antonio Burgos, si nasconde la vivacità e l'ingenuità di un popolo. Con effetti speciali

Antonio Burgos

Aquest'ora, per la Peña de Arco de la Frontera, staranno suonando i tamburi dell'Impero. A quest'ora, vicino alle vecchie mura della città tra il fiume e le palme, ci saranno alcuni uomini che vigilano sulle loro armi di latta, corazze che copriranno petti di fieri non-guerrieri, lance di legno e gonnellini di velluto che sembrano più vestiti per toreare che abiti di centurioni e povere guardie vicino al Calvario.

GIULIO CESARE IMBOTTIGLIATO A quest'ora ci saranno alcuni uomini che terranno pronto nella loro camera da letto il loro elmo impennacchiato di effimeri soldati imperiali che, nel pomeriggio, tra due lumi, o all'alba, sfileranno con una confraternita, Senatuspopulusqueromanus, tutto attaccato, in una Roma sognata, trionfante nell'animo e nella grandezza. Ogni volta che si dubita della romanità della Spagna, penso a questi soldati romani apocrifi della nostra Settimana Santa. Chi oggi si veste da romano si crede un Cesare, come quell'«armao», armato, della Macarena che litigando con un vigile, urlò: «Non mi sottometto ad alcuna autorità se non a quella di Roma...».

L'anno scorso ho visto Giulio Cesare incastrato nel traffico. Era il pomeriggio del giovedì santo in Siviglia. Sapevo che la centuria romana della Macarena aveva come capitano Pepe Garcia. È un capitano di centuria così affezionato a queste mascherate romane che nella piazza del mercato dove ha un banco di ortaggi e da cui vengono quasi tutti i romani apocrifi, lo chiamano Pepe il soldato, come dire «Il negro», in Kenia, a un qualsiasi tizio di colore. Pepe conobbe quella che oggi è sua moglie un giovedì santo, vestito da romano, mentre beveva una birra. Gli piace ripetere: «Non so se si innamorò di me o di Giulio Cesare». Lo incontrai alle sei e mezzo, nel quartiere della festa, alla guida di una macchina bloccata nel traffico. Era già in costume perché purtroppo perfino i romani sono finiti a vivere nei quartieri dormitorio: avrebbe dovuto rivestirsi dei galloni da centurione in casa di suo cugino, dove alle sette in punto, cerimoniosamente, tra tamburi e orgogli popolari macareni, doveva essere raggiunto dalla sua centuria.

L'imbottigliamento lo aveva trasformato: non era un uomo ma una belva. Le macchine, in una strada stretta, bloccate da qualche confraternita che andava dio sa dove, non si muovevano. Il capitano dei centurioni usciva ed entrava in macchina. Mai visto nessuno più nervoso. Parlava da solo: «Mi mancava solo questa. Porca miseria a venire in macchina a comandare la centuria». Poiché so che cosa significano per un macareno i riti della puntualità e la gloriosa sfilata serale di piume e corazze per il quartiere, mi offrii di trasformarmi niente di meno che nell'autista di Giulio Cesare: gli avrei parcheggiato la macchina non appena fosse finito il blocco e gli avrei consegnato le chiavi il mattino dopo, appena si fosse conclusa la notte in ascolto di Pilato. E invece, mentre stavo per prendergli le chiavi e Pepe se ne stava andando, un vero fascio di nervi, pronto a compiere il suo destino, le macchine si misero in marcia e il capitano ripartì con spada e corazza. Sono stato anche nell'imbottigliamento prima della battaglia di Farsalia: posso garantire che nemmeno il vero Giulio Cesare era così nervoso.

SEGUITE LA STOFFA Sarà come tutto ciò che inizia ad accadere stamattina a un'ora indefinibilmente esatta o esattamente incerta. Inizierete a veder passare uomini che portano sul bavero delle giacche una piccola bordatura violetta. È il segnale. Questa bordatura violetta vi dirà che è arrivato il Signore a San Lorenzo. In Siviglia occorre saper leggere i segnali di stoffa. L'alta bandiera bianca e celeste che sventola sulla torre a dicembre illustra, molto di più di qualsiasi discorso, quello che prova la gente accanto all'Arco de la Pura y Limpia. La drappatura rossa di damasco annuncia al quartiere che l'indomani passerà la Sua Divina Maestà per questa corte che è Siviglia. Una coltre nuziale e umile annuncia il pellegrinaggio a Triana, una domenica di giugno, attraverso la via Pureza. E poi ci sono questi collarini violetti indossati da chi va dal Signore in San Lorenzo. Basta seguire i collarini in direzione opposta e si arriva al Dio de la Madera.

I CINQUE EVANGELISTI Al contrario di quello che affermano la Santa Madre Chiesa e il Papa di Roma gli evangelisti non sono quattro, ma cinque: Marco, Luca, Matteo, Giovanni. E Siviglia. I primi quattro vangeli sono belli e conclusi. Quello di Siviglia si scrive ogni giorno. All'alba di un venerdì santo, tanto per fare un esempio, Pepe El Pelao, mi illustrò un altro passo del vangelo sivigliano. Camminavamo per la via Capuchinas verso il Signore, la centuria suonava Abelardo dietro di noi. Mi diceva, Pepe, che stava leggendo la storia della Passione ed era entusiasta del suo Pilato. E parlando di Pilato come del suo vicino di casa, mi disse, fermandosi in quel modo tipico dei sivigliani quando vogliono dire una cosa importante: «Sai che ti dico, Antonio? Che quell'uomo non ha colpa». Il vangelo di Siviglia scusa Pilato che quasi stava per lasciarci senza Settimana Santa e accusa Gerusalemme. L'altro giorno tributavano un omaggio al banditore della confraternita di Santo Stefano. Si alzò a parlare un altro evangelista sivigliano, El Pali, e sentenziò: «Se Gesù Cristo decide di nascere a Siviglia, qui non lo crocifiggiamo».

MIRACOLO! MIRACOLO! Nessuno lo sa, ma accade tutti gli anni a Siviglia, il pomeriggio del giovedì santo, quando il sole della Betica comincia a scendere sopra i cipressi, i marmi e i torsi nudi delle statue romane. Esattamente quando attraverso la Correduria la Vergine di Montesiòn arriva alla piazza de Los Carros. Giulio Cesare, quello vero, quello che ha sconfitto anche la morte, se ne sta sopra un'alta colonna dell'Alameda. Porta scudo, spada e corazza. Da lassù, sopra il piedistallo fatto erigere da Adriano, vede la città, la annusa, l'ascolta. Allora, dunque, Cesare ode i rosari del palio di Montesiòn e sa che è arrivata la sua ora di ogni anno. Senza che Ercole tenti di fermarlo, perché conosce la sua pazzia annuale, Cesare scende dalla colonna.

Nessuno lo vede dirigersi con passo rapido verso la via Ancha de la Feria, entrare in un portone, suonare il campanello, udire la voce della vecchia del Candilejo che vive là e che ogni anno gli dice, un geranio nei capelli e la bellezza lontana nella profondità degli occhi: «Figlio, meno male che sei arrivato. Già mi stavo dicendo: vai a vedere che quest'anno Giulio si dimentica...». Sale allora in camera da letto e là, davanti all'armadio le cui ante riflettono il quadro della Macarena a capo del letto, ritrova ogni giovedì santo i suoi vestiti da soldato. Guardate come si infila calze e sandali, come trionfa Roma nei riflessi d'oro del bordo del gonnellino. Guardate come si mette la corazza, come si guarda nello specchio e il vecchio argento gli riflette le acque del Rubicone. Il dado è tratto. Accende un sigaro, si mette l'elmo, afferra la spada corta che sembra una banderilla da corrida e scende nel quartiere. Guardatelo nelle taverne, signore dell'alcol.

Guardatelo nei crocicchi, che fa il galante con le macarene. Però ogni volta che arriva vicino alle mura che fece innalzare, e che saluta, il pugno chiuso sul suo cuore macareno, il suo capitano, El Pelao gli ripete: «Giulio, figlio mio, visto che lavori fuori Siviglia e non puoi venire alle prove, ho dovuto un'altra volta metterti nell'ultima fila». E così, colui che ha comandato le legioni di Roma, il vincitore delle Gallie, piume e tamburi, si allinea da buon ultimo, unito però dalla stessa lacrimuccia agli altri soldati quando sfilano davanti alla Macarena.

Antonio Burgos

Didascalie:
  • IL POTERE DELLE CONFRATERNITE Le confraternite (nelle foto, scene delle processioni) sono le vere padrone della Settimana Santa di Siviglia. Iscriversi (quella del barrio della Macarena conta oltre 10mila confratelli) non è solo un segno di devozione. Il Consiglio delle confraternite è considerato una potente lobby locale. E il loro potere si estende dall'industria discografica all'assegnazione di importanti cariche cittadine.
  • ALTARI E FORNELLI Ben 57 confraternite sfilano in otto giorni per la città: su Internet (www.andal.es/semanasanta) si trovano itinerari e consigli. Da non perdere, la cucina pasquale. Tra i ristoranti in palazzi storici: il Corral del Agua in Santa Cruz.
  • UNA NOTTE ALL'ALCAZAR O NELLE HACIENDAS DEI GRANDI Palazzi storici, residenze di campagna, fortezze: a Siviglia e nei dintorni la sosta più piacevole è negli alberghi in edifici antichi. In pieno centro, l'hotel di maggior lusso (in basso) è l'Alfonso XIII, cinque stelle e una storia regale alle spalle (tel. 00345/4222850). Ma la costruzione più imponente è il Parador de Carmona, ovvero l'Alcazar arabo del '300 (in basso a destra), nella vicina città barocca di Carmona (tel. 4141010). Più discreto, ma non meno lussuoso, è Casa de Carmona, che per 500 anni è stata il palazzo dei Lasso de la Vega (tel. 4143300): una vera residenza da Grandi di Spagna (le due foto in alto). Tra le «casa de campo», le fattorie, la più graziosa è l'Hacienda de Benazuza a Sanl£car la Mayor (tel. 5703344). Nella vicina Cordoba è l'hotel de charme Al Mihrab (al centro, tel. 2447789). Per chi ama cavalcare Equiberia (in Italia, tel. 02/76006626) fa base nel delizioso Cortijo Los Mimbrales nel parco di Doñana.
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